Storia

“Pelegrinus sum... Deus in altum faciat conscendere celi(um)”. Così si firma l’antico architetto della Cattedrale romanica sull’arco di Castelvecchio. Iniziamo con il suo ricordo: il nome Pelegrinus, oltre a identificare una persona, è suggestivo anche per il significato.La vita è spesso paragonata ad un pellegrinaggio: dalla Civitas hominis alla Civitas Dei; la peregrinatio vitae riguarda l’intero corso della storia, dal peccato originale al giudizio universale. Il Pelegrinus, un po’ ciascuno di noi, è l’homo viator, sulla strada verso la Gerusalemme del cielo, che si affida alla misericordia di Dio.

Pellegrinus

In questo camminare l’antico nostro Pelegrinus ha scolpito alcune pietre miliari, quelle stesse che noi vediamo; pietre che ricordavano a lui chi era e ricordano a noi chi siamo.

Il pellegrino, ma anche il turista, che da Castel San Pietro ammira il panorama del centro storico di Verona, è subito attratto dalla compatta massa muraria di una chiesa coronata di pinnacoli e dalla candida mole della torre campanaria ad essa annessa. La Cattedrale è fra gli edifici che configurano inconfondibilmente il paesaggio urbanistico della città ed è, con la basilica di S. Zeno, l’edificio simbolo della Verona cristiana. Situata nel nucleo più antico dell’urbs romana, la Cattedrale dedicata a S. Maria Assunta si offre a noi come un palinsesto, le cui pagine i secoli hanno più volte riscritto e miniato.

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Piantina

Tale libro di pietra rivela “cose nuove e cose antiche”(Mt 13,52) circa quella “Bellezza tanto antica e tanto nuova” (S. Agostino, Confessioni, VII, 10,27) che affascina il cuore degli uomini. “Ciò che il Libro (dei Vangeli) dice con le parole, l’immagine lo annuncia con il colore e lo rende presente”. Il canone III, 654 del IV Concilio Costantinopolitano, celebrato negli anni 869-70, propriamente si riferisce all’immagine dipinta, ma ben si adatta anche a quella scolpita e a quella straordinaria icona del cosmo che è l’architettura.Su questa primigenia scrittura, mai perduta, e continuamente alimentata da essa, si è andata depositando la Tradizione,

scritta con le immagini, di 1600 anni di fede operosa vissuta dalla comunità cristiana veronese. Quello che della Cattedrale noi oggi vediamo è la più recente di queste scritture, il risultato finale di una serie di interventi che lungo i secoli hanno interessato l’edificio e per l’ubicazione e per la configurazione architettonica. Anzi, potremmo dire meglio che, più che un singolo edificio, la Cattedrale risulta essere un complesso architettonico articolato di cui fanno parte anche S. Giovanni in Fonte, S. Elena, il chiostro dei Canonici, la Biblioteca Capitolare, l’antistante piazza e il Vescovado.

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Nella chiesa di S. Elena la sistemazione archeologica consente di rilevare parte delle vestigia della prima basilica paleocristiana. Nel cuore della città romana, su edifici preesistenti di culto e di abitazione, agli inizi del IV secolo iniziò l’organizzazione del luogo come centro principale della cristianità veronese. Il trasferimento della sede episcopale, dall’area ora occupata dal complesso abbaziale di S. Zeno a qui, segnò l’avvio di un nuovo periodo.

Entro la prima metà del secolo venne costruita una chiesa a pianta basilicale, con una sola abside e preceduta da un nartece. Verosimilmente sotto l’episcopato di S. Zeno (362-372) la chiesa ebbe raffinati mosaici come pavimenti. Gli scavi consentono di riconoscere la zona dell’area presbiteriale, rialzata rispetto al resto della chiesa e dotata di riscaldamento, la decorazione musiva del podio antistante il synthronon (insieme semicircolare dei sedili per il clero) e il basamento di alcune colonne che dividevano le navate.

Scavi

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Stor

Queste venerande vestigia conservano la memoria dei passi di S. Zeno, dell’Eucarestia da lui presieduta e della forza vitale dei Sermoni che condussero Verona al Battesimo. “Vorrei, fratelli dilettissimi, tenervi un discorso davvero trionfale e raddoppiare con le lodi lo splendore della nuova chiesa… Ma questi edifici terreni Dio non li riconosce né sufficienti né necessari alla sua maestà finché in essi non ci sia chi autenticamente e devotamente lo adora…

È gloria senza pari e veramente degna di Dio quando con unanime consenso, con unità di Fede, raccomandandosi l’uno all’altro, con uguale devozione si rivolgono a Dio tempio e sacerdote. Esultate dunque, fratelli, e riconoscete la vostra interiore edificazione da questa nuova casa di Dio, che già avete resa angusta con il grande numero delle vostre presenze. Il fatto stesso che questo luogo non riesce a contenervi, vuol dire che la vostra Fede abbraccia Dio”. (S. Zeno di Verona, L’edificazione spirituale della casa di Dio, Tratt. II, 6,1.2, CCL 22, 168-169).

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La prima basilica si rivelò ben presto angusta e già entro la prima metà del V secolo, probabilmente sotto l’episcopato di S. Petronio (412-429), si dovette procedere alla costruzione di un tempio di maggiori dimensioni. La seconda basilica, anch’essa a tre navate con pavimento a mosaico, conclusa da una grande abside e preceduta da un nartece, si presentava caratterizzata da uno stretto rialzamento marmoreo recintato, la solea, che dall’area presbiteriale si sviluppava per buon tratto della navata centrale. Possiamo vedere, all’interno di S. Elena, parte delle fondazioni dell’abside e, nel chiostro del Capitolo, tratti estesi del mosaico pavimentale.

Annessi alla Cattedrale dovevano esserci edifici, come il battistero, l’episcopio e gli ambienti della Schola Sacerdotum con lo Scriptorium. La seconda basilica fu officiata fino al VII-VIII secolo, quando, forse per un incendio cadde in rovina. Con probabilità fu S. Annone (750-780), primo vescovo ad essere qui sepolto, ad avviare la ricostruzione della Cattedrale ultimata sotto l’episcopato di Ratoldo (803-840). Il sedime della Cattedrale venne spostato a sud, nell’area sulla quale insiste l’attuale edificio.

I documenti menzionano la nuova basilica come “Ecclesia Sanctae Dei Genitricis Mariae” o “Ecclesia Matricularis”. La ricostruzione, segno di una ben più vasta opera di riorganizzazione della Chiesa veronese, fu guidata dalla figura dell’arcidiacono Pacifico. Di tale basilica nulla resta se non il sepolcro del fondatore S. Annone e le iscrizioni sepolcrali dell’arcidiacono e del vescovo Notkerio. Anche il cosiddetto “atrio di S. Maria Matricolare”, non può essere considerato parte dell’edificio pacifichiano; sarebbe invece il portico di collegamento tra la Cattedrale romanica e la chiesa di S. Elena, costruito nel XII secolo, come ben documentano alcuni capitelli delle colonne e le volte a crociera.

Colonne

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ArcoPellegrino

La stessa S. Elena, edificata dall’arcidiacono Pacifico sul tracciato della basilica zenoniana e dedicata a S. Giorgio, risale al IX secolo. Della costruzione pacifichiana vediamo, all’interno, ampi tratti di muratura e, all’esterno, sotto il portico del Quattrocento, la trifora realizzata con materiale di spoglio: la ricostruzione del XII secolo dovette, pertanto, limitarsi al consolidamento delle pareti. Dopo il terremoto del 1117, l’area della Cattedrale fu interessata da importanti cantieri di restauro. Si pose mano alla ricostruzione di S. Giovanni in Fonte, di S. Elena, del chiostro del Capitolo, delle case dei canonici e quindi anche della Cattedrale.

È probabile che i lavori per l’edificazione del nuovo Duomo siano stati avviati intorno al 1120 e che la data 1139, scolpita sul protiro maggiore insieme al nome di Nicolaus, si riferisca al solo completamento della facciata con la costruzione del protiro. Il cantiere, rimasto attivo per almeno un ventennio, avrebbe visto all’opera lo scultore-architetto Pelegrinus. Abbiamo già ricordato il suo nome a proposito della pezzo con la Donatio clavis e la Traditio legis conservato nel museo di Castelvecchio, proveniente dalla Cattedrale.

Se il suo nome lo conosciamo solo dall’iscrizione sull’arco, l’intervento di Pelegrinus pare essere riscontrabile in tutto l’edificio, ad eccezione appunto della facciata. Solo l’esterno rende oggi parzialmente ragione dell’aspetto romanico del Duomo nonostante gli evidenti segni delle alterazioni operate tra la metà del XV e la fine del XVI secolo. Tuttavia quello che resta della Cattedrale di Pelegrinus è sufficiente per dare un’idea di quanto dovesse essere preziosa.

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Se si gira attorno alla chiesa ci si rende conto che il magister tratta la massa greve della muratura della zona absidale come uno scultore di reliquiari tratta l’avorio o il metallo da decorare. Anche se non tutta la decorazione è omogenea, unica è la mente che concepisce il progetto con un preciso programma didascalico: sul fregio dell’abside il mondo originario della creazione e al di sotto, sui capitelli e tra le paraste, la creazione coinvolta nella colpa originale, sui displuvi orientali del presbiterio elementi geometrici e vegetali con rare immagini antropomorfe e zoomorfe di carattere terrifico, nel fregio esterno della navata sud il regresso dal cosmo al caos.

PortaSud

Interessante è il gruppo di sculture situato al di sopra delle volte quattrocentesche: il fregio con i vizi capitali, che coronava la navata centrale e l’annunciazione a Zaccaria su due bifore nella prima campata.

Il protiro della porta sud può essere considerato il capolavoro di Pelegrinus. Denso è il significato simbolico delle immagini che si riferiscono al Battesimo e all’Eucarestia. Regalità, giustizia e fortezza sono espresse dai leoni stilofori.Il leone alla sommità degli spioventi è emblema di Cristo vincitore.I capitelli con teste di donne dai capelli sciolti e teste di leoni rappresentano due vizi capitali, lussuria e superbia. Sul pulvino di sinistra la donna a mezzo busto con patena e calice personifica la Chiesa che offre l’Eucarestia. Il leone incatenato che stringe fra i denti un’arnia di miele è un altro simbolo eucaristico (cfr. Gdc 14,5).

Le due colombe che si abbeverano al calice, insidiate dal serpente, il tentatore, simboleggiano i catecumeni che, diventati bianche colombe con il Battesimo, vivono dell’Eucarestia. La quarta faccia del pulvino è decorata da un pesce che richiama l’acqua, la vita e la salvezza: immagine dei rinati dal Battesimo, ma pure rimando esplicito a Cristo e all’Eucarestia. Gli uccelli, sul pulvino di destra, alludono alla vita della Grazia dei cristiani pronti a volare in Paradiso. La mensola con le storie di Giona (Gn 1-2) sormonta il pulvino dei Sacramenti.

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La vicenda di Giona esprime l’analogia tra il battesimo del cristiano e la risurrezione di Cristo. L’essere ingoiati dal mostro allude al varcare la soglia degli inferi, scendere nel suo ventre è essere afferrati dall’abisso che inghiotte, l’uscirne sani e salvi significa rinascere a vita nuova. Sopra il pulvino di destra è situata una mensola a forma di leone incatenato e insidiato dal cane: quest’ultimo, fedele custode della soglia, morde il leone, satana, che “va in giro cercando chi divorare” (I Pt 5,8).Il programma iconografico del protiro è completato dai capitelli con l’Annunciazione.

La ricca decorazione della porta sottolinea l’idea della conversione, del passaggio, della soglia tra due mondi. I feroci guardiani, leoni, draghi, cani permettono l’ingresso al solo visitatore degno. Da qui possiamo osservare il campanile. L’aspetto attuale rivela il travaglio cui fu sottoposto lungo i secoli: la fase romanica, l’intervento quattrocentesco, i sofferti progetti del Cinquecento e le riprese novecentesche. Della torre romanica riconosciamo due lati del basamento, con riuso di materiale romano, e parte dell’alzato in tufo.

Canpanile

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A cantiere pressochè ultimato, Nicolaus subentrò a Pelegrinus. È lui l’ispiratore delle sculture della facciata e l’autore del protiro maggiore. L’attività di questa personalità eminente della plastica romanica inizia nella Sacra di S. Michele a Susa, prosegue a Piacenza e Ferrara. A Verona realizza, nel 1138, il protiro e buona parte dei rilievi di destra della basilica di S. Zeno e nel 1139, quello della Cattedrale. Il protiro nicoliano è un’opera abbastanza autonoma rispetto al resto della fabbrica.

Facciata

Il piano inferiore è costituito da due colonne tortili (le altre sono un’aggiunta del XV secolo) poggianti su grifi, che reggono l’arco a tutto sesto. Nell’imbotte spiccano le figure dei quattro esseri viventi: simbolo degli angoli della terra (Ezechiele e Apocalisse) assunto a emblema degli Evangelisti a partire da S. Ireneo (II secolo).Impostato su telamoni, l’arco è affiancato dai due S. Giovanni; il Battista indica l’Agnus Dei.Sopra il coronamento esterno decorato da archetti con una vivace caccia al cervo corre l’iscrizione “Artificem gnarum qui sculpserit hec Nicolaum hunc concurrentes laudant per secula gentes”.

Il piano superiore, completato da un timpano con spioventi scanditi da archetti rampanti, ripete il medesimo schema (quattro colonne sono aggiunte nel XV secolo). Il portale strombato, grada verso la porta.

Grifoni

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Orlando

Custodiscono l’ingresso i due paladini Orlando e Uliviero. Sui pilastrini e sugli stipiti troviamo dieci profeti ciascuno con un vaticinio che si riferisce all’Incarnazione del Messia: a destra Gioele, Michea, Zaccaria, Aggeo, Abacuc, a sinistra Malachia, Salomone, Baruc, Isaia e Daniele. Sulla poderosa architrave sono rappresentate le Virtù Teologali: Fides, Caritas, Spes. Nicolaus, come nella basilica di S. Zeno, popola di immagini anche la lunetta che nella tipologia wiligelmica era prevista vacua. Adorazione dei Magi e Annunzio ai pastori sono fuse in un’unica scena: i più poveri e i più ricchi, i più semplici e i più sapienti, uniti insieme nella stessa marcia verso Gesù.

La grande scritta commenta la scena “Hic Dominus magnus leo Cristus cernitur agnus”.Il portale dei profeti o dell’Incarnazione mostra l’inizio della Redenzione, preannunciata dai profeti, e realizzata dall’apparire nel mondo attraverso Maria, qui anche immagine della Chiesa, di Christus Dominus unico salvatore. L’iscrizione “Hic Dominus…” inoltre, lega le scene del portale, alla visione del Paradiso evocata sul primo arco del protiro. Queste immagini aiutano a comprendere le realtà che la Chiesa celebra con la liturgia nel tempio di pietra. La Cattedrale fu consacrata da papa Urbano III il 13 settembre 1187.

Lunetta

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Facciata

La facciata conserva altre testimonianze dell’edificio romanico, ma nulla meglio di essa documenta anche i successivi interventi che riguardarono l’intero edificio nel corso dei secoli. A chi la guarda con attenzione, essa può apparire disordinata. Infatti nel XV secolo, nel contesto di un più vasto rinnovamento che condusse alla sostanziale revisione della Cattedrale romanica con il sopraelevamento delle navate e la conseguente copertura con volte a crociera, la facciata subì vistose modifiche.

Ricostruzione

Verso la fine del ’400 furono aperte le bifore che portano lo stemma del cardinale Giovanni Michiel (1471-1503). Risale all’episcopato di Luigi Lippomano (15481558) il completamento della parte centrale con l’aggiunta del rosone. E finalmente la sigla finale costituita dallo stemma del cardinale Agostino Valier (1565-1606).

visita 1

Il suggestivo interno stupisce il pellegrino che ne varca la soglia, oggi soprattutto, dopo che il restauro degli affreschi e delle superfici murarie e la nuova illuminazione hanno restituito intensità e colore alle immagini e ai marmi, rendendo ragione ad uno spazio misurato e sereno. L’ampio invaso basilicale sembra dilatarsi oltre i muri perimetrali smaterializzati dalle architetture dipinte. Il progetto di trasformazione interno consistette nella sopraelevazione delle navate con la sostituzione delle colonne romaniche e l’inserimento di otto pilastri polilobati a sostegno di arcate leggermente a sesto acuto, nella introduzione delle volte a crociera e nella costruzione delle cappelle laterali. Prima di dirigerci alla cappella Dionisi, possiamo ammirare, sulla controfacciata il bel portale realizzato nel 1628, sotto l’episcopato di Alberto Valier. Il restauro ha valorizzato i finti marmi che incorniciano il monumentale orologio. Al di sotto della bifora quattrocentesca, tra la lapide dell’Ugolini e le spalliere lignee, il restauro ha restituito quanto si è conservato di un affresco della fine del XVI secolo o del XVII raffigurante un episodio connesso ad una pestilenza o il Trasporto di Cristo al sepolcro.

Visita 2

Incontriamo, nella navata destra, il monumento a Pietro Colonna del 1780 e la cappella Dionisi dedicata ai SS. Pietro e Paolo. Della costruzione originale, voluta dal canonico Paolo Dionisi tra il 1481 e il 1484, rimangono l'arco marmoreo esterno, a sesto acuto e arricchito da fregi e sculture (il Redentore tra i SS. Pietro e Paolo), con doppie lesene; elementi che troveremo costanti anche nella fisionomia delle altre cappelle. Originale è pure l'architettura ad affresco attribuita al cosiddetto "Maestro del Cespo di Garofano", attivo nell'ultimo ventennio del XV secolo, recentemente identificato in Antonio Badile II. La cappella subì modifiche a partire dal 1710. Di Antonio Segala è l'altare, la cui cimasa è ornata dalle statue di Giuseppe Antonio Schiavi. Il martirio di S. Arcadio è invece di Angelo Sartori. La pala d'altare con la Madonna e il Bambino e i SS. Pietro, Paolo e Antonio è stata dipinta tra il 1711-1712 da Antonio Balestra.

Il monumento ad Antonio Cesari (XIX secolo), con il ritratto dello scienziato, tra le personificazioni della Fede e della Scienza,opera di Graziano Spiazzi, precede la cappella Calcasoli. Dedicata a S. Antonio di Vienna, fu costruita fra il 1503-1504, per volontà del canonico Bartolomeo da Legnago, da Bernardino Calcasoli. L'arco marmoreo è coronato in alto dalle immagini dell'Eterno Padre, al di sopra del bassorilievo della Madonna con il Bambino,tra S. Antonio di Vienna e S. Bartolomeo. L'arco della cappella è ampliato dall'architettura ad affresco di Giovanni Maria Falconetto (1468-1535), opera firmata e datata 1503.

Visita 3

Di origine veneta, il pittore-architetto si formò nell'ambiente romano di Baldassare Peruzzi: le sue opere tendono a declinare in forme pittoresche il classicismo romano. Sull'altare troviamo una composizione di dipinti, diversi per stile e datazione, realizzata dopo il rifacimento della cappella nel XVIII secolo. Nella bellissima tavola con l'Adorazione dei Magi, Liberale da Verona (1445-1526) esprime, con il linguaggio incantato del miniatore, l'Epifania del Signore. La drammatica Deposizione di Cristo della cimasa e le tele con i SS. Rocco e Antonio Abate, SS. Bartolomeo e Sebastiano sono di Nicolò Giolfino (1476-1555). Oltrepassata la porta del fianco sud, si noti l'acquasantiera romanica in marmo bianco di ambito nicoliano (anni '40 del XII secolo). Osserviamo anche il monumento a S. Daniele Comboni, apostolo dell'Africa, firmato dal Segattini nel 1885. Intitolata ai SS. Giacomo e Bartolomeo e alla Trafigurazione, la cappella Emilei, eretta nei primi anni del '500 per disposizione del canonico Filippino Emilei, mostra nell'arredo scultoreo un linguaggio più aggiornato. La struttura marmorea architravata che incornicia l'arco, con le statue di S. Giacomo tra due angeli, sostituisce la tardo-gotica decorazione floreale, e introduce elementi esplicitamente rinascimentali. Anche gli affreschi di Giovanni Maria Falconetto, al quale va peraltro ascritta l'ideazione stessa della cappella, che immaginano un articolato arco trionfale, con nicchie abitate da Santi e putti reggenti emblemi nobiliari e che ritrae nei pennacchi l'Annunciazione, depongono a favore di una più recente datazione. L'altare barocco fu rifatto nel 1741: per l'occasione gli Emilei commissionarono a Giambettino Cignaroli la pala della Trasfigurazione. Ai lati dell'altare sono collocati i due scomparti con S. Giacomo e un offerente e S. Bartolomeo, di Francesco Morone (14711529).

Visita 4

Passati oltre il monumento al vescovo Agostino Valier (1639), arriviamo alla cappella del Santissimo Sacramento o cappella Memo. Costruita, in forme gotiche dal vescovo Guido Memo, nel 1435, e dedicata ai SS. Zeno e Nicolò. La fabbrica quattrocentesca, di cui restano oggi la base quadrata e l'abside poligonale, fu sopraelevata tra il 1682-1685, dotata di cupola e, all'interno, completamente trasformata in forme tardo-barocche nel 1762. Il rifacimento settecentesco adegua la decorazione della cappella a quella della Madonna del Popolo che le si trova immediatamente di fronte. L'ampio arcone di accesso è decorato da bassorilievi con Profeti e Angeli di Diomiro Cignaroli. L'altare, innalzato da Francesco e Paolo Maderno, è sovrastato dal Drappo marmoreo con putti, attribuito a Lorenzo Muttoni e Francesco Zoppi. Di quest'ultimo sono ancora le statue dei SS. Zeno e Nicolò poste sull'altare, mentre per gli stucchi dei pennacchi con quattro Padri della Chiesa, degli Evangelisti sulla balaustra e l'Eterno Padre nella cupola si fanno i nomi di Stanislao Milanese e di Lorenzo Muttoni. L'insieme scenografico della cappella è completato dalla pala di Giambattista Burato (XVIII secolo) raffigurante l'Istituzione dell'Eucarestia, ma anche il momento in cui all'annuncio del tradimento i discepoli si interrogano l'un l'altro. La tela propone anche l'iconografia del Sacro Cuore.

Di Domenico Aglio è il mausoleo del cardinale Enrico Noris (1669) che separa la cappella del Sacramento dall'organo di destra. Lo strumento, costruito per volontà del vescovo Agostino Valier (15651606) fu rinnovato da Sebastiano II Pisani nel 1663. La cassa e la cantoria, intagliate e dorate, sono impreziosite dai dipinti di Biagio Falcieri che, nel 1683, realizza sulle ante all'esterno l'Assunzione di Maria e, all'interno, la Sacra Conversazione con quattro santi vescovi; incorniciati sul parapetto la Natività di Maria e la Visitazione, mentre, nello scomparto sotto la cantoria, gli Angeli musicanti. Si noti, inoltre, uno dei frammenti superstiti della decorazione pittorica romanica con la Crocifissione.

Visita 5

Sotto il grande finestrone si trova la pietra tombale di Lucio III. Il papa, morto a Verona nel 1185, è sepolto all'interno del tornacoro sanmicheliano. Il sigillo sepolcrale, con il papa in abiti pontificali, dopo essere stato danneggiato, fu qui composto nel 1879.

La cappella Mazzanti, dedicata ai SS. Agata e Francesco, si trova in capo alla navata destra. L'abside romanica, ricavata in spessore di muro, è stata modificata per volere dell'arciprete del Capitolo Francesco Mazzanti, nel 1508, dalla ristrutturazione rinascimentale che compone lo spazio entro un arco trionfale classico. Il raffinato apparato lapideo, probabilmente opera di Domenico da Lugo, giocato sull'impiego di marmi differenti, con candelabre, festoni, putti, sfingi, grottesche, armi e stemmi nobiliari, ripropone, seppure con linguaggio rinnovato e nuovi significati, il bagaglio iconografico romano che i monumenti dell'antichità a Verona offrivano alla sensibilità rinascimentale.

La decorazione scultorea è completata dalle immagini dei Progenitori, la cui posizione nei pennacchi evoca il tema delle Vittorie, dal volto di Cristo e dalle statue di due Profeti sopra l'architrave.

Visita 6

La clamorosa decorazione della cappella maggiore, dal cromatismo chiaro, luminoso e singolarmente affine alle decorazioni romane di inizio secolo, stabilisce l'esordio del manierismo a Verona. Il presbiterio e l'abside romanica risultano "trasfigurati" dagli interventi cinquecenteschi. Gli affreschi e l'elegante struttura del tornacoro esaltano magnificamente lo spazio. Nel clima di forte fermento spirituale e di riforma che prelude al Concilio di Trento, Gian Matteo Giberti, Datario di Clemente VII, succeduto come vescovo di Verona al cardinale Marco Cornaro nel 1527-28, pose mano all'opera di risistemazione dell'area presbiteriale. Assicuratosi il servizio di artisti valenti e famosi, come l'architetto Michele Sanmicheli (1484-1559) e il pittore-architetto Giulio Romano (1492-1546), allievo di Raffaello, realizzò a partire dagli anni Trenta del Cinquecento quanto oggi vediamo. Eretto il monumentale altare, il Sanmicheli raccolse lo spazio della cappella maggiore nel recinto di un tornacoro il cui alto basamento, le colonne ioniche, la trabeazione e i candelabri, realizzati con marmi pregiati, creano intensi effetti chiaroscurali. Al di sopra dell'elegante accesso è posto il bel Crocifisso bronzeo tra la Madonna e S. Giovanni. Altrettanto importante è la decorazione pittorica che ricopre l'estesa superficie muraria dell'arco, del presbiterio e dell'abside. Fu Francesco Torbido (1482-1562), a partire dal 1534 e su disegni preparatori di Giulio Romano, a realizzare l'imponente ciclo pittorico. La scena dell'Annunciazione, ambientata al cospetto dell'Eterno Padre all'interno di un'architettura classica, decora l'arco trionfale attorno al prezioso rosone. I profeti Isaia ed Ezechiele, di forma e posa michelangiolesca, indicano la spettacolare Assunzione ed Incoronazione della Vergine affrescata nel catino absidale e nella volta del presbiterio. Il sapiente gioco dell'illusione prospettica crea un effetto di straordinaria unità. Il pittore immagina un ambiente circolare, con cupola decorata a cassettoni e apertura al centro. L'architettura dipinta, progettata da Giulio Romano, evoca il Pantheon di Roma e la soluzione pittorica della Camera degli Sposi di Mantegna a Mantova, ma anche le decorazioni di Giovanni da Udine nelle cupolette della I Loggia in Vaticano.

Visita 7

Alla balaustra interna della cupola si affacciano precipitosi gli apostoli, con volti fortemente espressivi, quasi grotteschi, e drammatica gestualità. Contemplano l'innalzamento al cielo di Maria, in un turbinare di nubi e di angeli; e mentre il cielo splende del fulgore divino, dall'apertura della cupola, tre angeli recano la corona di stelle. La fastosità dei vani immaginati nei riquadri con la Natività della Vergine e la Presentazione al tempio, nella volta, e la colossale immagine di S. Zeno, al di sopra della cattedra, completano il programma e manifestano il carattere Annunciazione - Francesco Torbido della pittura di Giulio Romano tendente a soverchiare quasi sempre la realtà spaziale. La restante decorazione monocroma, che unifica le scene e orna la conca absidale e le cantorie, accentua la misura e il ritmo dello spazio. Prima di lasciare la cappella maggiore si osservi quanto resta dell'originale arredamento liturgico realizzato dal Giberti, ossia i due leggii in legno con intagli e i sei candelabri in bronzo posti sull'altare e il tratto superstite dell'antica pavimentazione costituita dai sigilli sepolcrali di alcuni vescovi (risalenti al XVII sec.).

Visita 8

In capo alla navata sinistra, si trova la cappella Maffei; dedicata ai SS. Andrea ed Annone è detta anche dell'Immacolata. L'abside settentrionale acquista, all'inizio del XVI secolo per conto dei canonici Francesco e Girolamo Maffei, l'elegante prospetto marmoreo, da alcuni attribuito allo scalpello di Domenico da Lugo. Si tratta di uno dei capolavori della Rinascenza a Verona. Basamenti, paraste, capitelli, archi e trabeazione, realizzati con marmi policromi, propongono con fantasia gli stessi elementi della cappella Mazzanti. I SS. Andrea e Girolamo sono ritratti nei tondi dei pennacchi, mentre al di sopra del secondo arco si trova la statua del Redentore tra l'Angelo e l'Annunciata. Con la raffinata scultura si sposa la decorazione pittorica. Giovanni Maria Falconetto, al principio del secolo XVI raffigura, entro il timpano curvilineo, il Compianto sul Cristo morto, mentre la brillante Resurrezione domina la navata dal punto più alto.

La pala d'altare della Madonna col Bambino e i SS. Andrea, Annone, Giovanni Battista e Girolamo, è opera del 1794, firmata da Agostino Ugolini. Sull'altare che ospita i venerati corpi di SS. Annone, Valente e Verecondo, sono collocate le riproduzioni miniate del famoso Velo di Classe (oggi a Ravenna) con i ritratti dei primi vescovi veronesi. Sulla mensa è posta la predella di Michele da Verona (1510 ca). Tra la cappella e l'organo si trova la tela raffigurante la Sacra Famiglia di Biagio Biagetti del 1918; inoltre possiamo notare, seminascosta dalla boiserie (settecentesca come i confessionali), l'iscrizione sepolcrale del vescovo Notkerio (del 928).

Visita 9

Il grande organo, posizionato immediatamente di fronte a quello della navata destra, fu rinnovato in varie occasioni (nel 1548 dall'organaro Gian Giacomo; tra il 1602 e il 1630 dal bresciano Costanzo Antegnati; e nel 1911 dalla ditta Farinati). La cassa di legno intagliato e dorato che lo contiene, e la rispettiva cantoria, sono impreziosite dai dipinti. Verso la fine del Cinquecento, Felice Riccio detto il Brusasorzi (15391605) raffigura sulle ante esterne la Dormitio Virginis e all'interno la Sacra Conversazione con quattro santi vescovi. Sul parapetto della cantoria sono incorniciati i due riquadri con il Lamento di Sion e Saul e David e, nello scomparto sotto la cantoria, Quattro Angeli musicanti, opera comune di Alessandro Turchi detto l'Orbetto (1578-1649) e Sante Creara (1571-1630). Il recente lavoro di pulitura delle pareti ha rimesso in luce, anche qui, parti di affresco appartenenti alla Cattedrale romanica; uno dei frammenti più consistenti è costituito dalla Annunciazione, risalente al XII secolo. Sulla parete soprastante, un polittico assemblato nell'800: al centro Madonna col Bambino, S. Girolammo e S. Giorgio di scuola veronese (1531 - 1533), S. Michele Arcangelo di Giuseppe Zamboni (1880).

Visita 10

Oltre la porta, sormontata dallo stemma di Marco Valier, che conduce alla sacrestia dei Cappellani (1160), si giunge alla cappella della Madonna del Popolo. La devozione dei veronesi alla Madre di Dio venerata con il titolo di Madonna del Popolo, ha in questa cappella un luogo di straordinaria intensità. Il canonico Malaspina la fece costruire, predisponendone l'arredo nel testamento del 1440. Dedicata ai SS. Girolamo, Sebastiano e Teodoro, nel 1489 la cappella fu dotata dalla Confraternita di S. Maria Novella, di una ancona lignea oggi smembrata. Nel 1510 la medesima Confraternita provvide alla revisione rinascimentale dello spazio con l'apertura del grande arco inscritto in un prospetto architettonico ornato dai rilievi con l'Annunciazione e la Madonna della Misericordia. Nel 1745 i Malaspina e la Confraternita convennero per l'adeguamento barocco. Ritroviamo gli stessi elementi architettonici della cappella del Santissimo. La balaustra marmorea e la decorazione della volta sono attribuite a Lorenzo Muttoni; di Giovanni Finali o Francesco Zoppi sono invece gli Evangelisti dei pennacchi e i Profeti della cupola; dallo scalpello di Battista Locatelli sono uscite le statue dell'altare, raffiguranti la Fede, la Carità e i Santi Girolamo e Sebastiano. L'attuale simulacro della Madonna del Popolo è opera di Vincenzo Cadorin del 1921. L'altare custodisce, nell'urna romana, le reliquie del vescovo S. Teodoro (502-522) e la Sacra Spina del martirio dei SS. Fermo e Rustico.

Visita 11

Alla luminosa sacrestia dei Canonici (1625) si accede dalla porta successiva. La volta è ornata dalla scena con S. Giorgio, protettore del Capitolo, che uccide il drago, realizzato in stucco, attribuibile a David Reti. Secentesco è pure l'altare con le statue dei SS. Ermagora e Fortunato, mentre la pala della Madonna con Bambino è di Claudio Ridolfi. Al centro del pavimento il sigillo tombale dei Canonici, del 1740. Belli il lavabo del XVIII secolo e le boiseries ottocentesche dell'arredo.

Visita 12

Ritornati in chiesa incontriamo la cappella Cartolari,voluta dal canonico Bartolomeo Cartolari nel 1465 e dedicata a S. Michele Arcangelo. L'ornamentazione marmorea dell'arco è attribuita a Gregorio Panteo. Lo scultore pone al di sopra delle lesene l'Angelo e la Vergine annunciata e, nella parte più alta, il Cristo risorto; almeno così appare la scultura dopo il restauro. Tuttavia l'inserimento dell'immagine centrale nel contesto della decorazione pittorica sembra alquanto incongruente. Attorno al Cristo sono infatti dipinti, all'interno di una mandorla, i cherubini, mentre dal fulgore divino diparte un fascio luminoso di raggi che, preceduto dalla colomba dello Spirito Santo, trasporta in un globo più piccolo la figura del Bambino Gesù nella direzione della Madonna annunciata. L'immagine centrale non dovrebbe dunque rappresentare il Cristo, ma l'Eterno Padre; e in effetti quella così appariva prima del restauro. Probabilmente il pittore di scuola veronese che affrescò il prospetto architettonico piegò a un significato diverso la statua. L'altare, rifatto in forme barocche nel XVIII secolo da Angelo Rangheri, ospita un polittico assemblato nel XIX secolo. La predella cinquecentesca di Michele da Verona, narra una vicenda che potrebbe riferirsi o alla Nascita del Battista o alle Storie di S. Gioachino. Nel trittico centrale troviamo la Madonna con Bambino e i SS. Gerolamo e Giorgio: sul S. Giorgio compare il nome di Antonio Brenzone e la data 1533. Il S. Michele di Giuseppe Zamboni (1880) completa il polittico. Sopra la porta che conduce in corte S. Elena leggiamo l'epitafio dell'arcidiacono Pacifico. L'imperatore Carlo Magno, per attuare il suo disegno politico volto al consolidamento dell'impero e alla sprovincializzazione della cultura, alla conservazione e diffusione del patrimonio dell'antichità, si servì nelle sedi più importanti di uomini di grande ingegno e preparazione. A Verona si poté avvalere del citato arcidiacono. L'iscrizione proveniente dalla sua tomba risale all'846, anno della morte del poliedrico personaggio, qui ricordato come rifondatore di chiese, erudito, calligrafo, cesellatore, scultore ed inventore perfino di un orologio notturno.

Visita 13

La cappella De Abazia-Lazzari fu costruita negli ultimi anni '60 del '400, dai fratelli Giacomo, canonico, e Giovanni De Abazia e dedicata al Corpus Domini. Il coronamento lapideo dell'arco è completato dalle statue degli Angeli e dell'Eterno Padre, e dal rilievo della Madonna con il Bambino.La cappella ha un ricchissimo prospetto rinascimentale affrescato, popolato di Apostoli, Santi, figure allegoriche e putti. La composizione pare essere stata realizzata negli anni '80 del XV secolo dal pennello di Antonio II Badile. Segnaliamo pure il quattrocentesco catino a forma di conchiglia, comune anche ad altre cappelle. Poco dopo il 1720 la cappella fu rinnovata dai Lazzari. L'altare barocco, opera di Giuseppe Tomezzoli, contiene la pala del Redentore tra Tobia e l'angelo, i SS. Liborio e Francesco di Sales di Sante Prunati. Si noti, poi, il settecentesco mausoleo del canonico Francesco Bianchini scolpito da Giuseppe Antonio Schiavi.

Visita 14

Voluta dal canonico Bartolomeo Cartolari, come quella di S. Michele, ed edificata entro il 1468, la cappella CartolariNichesola fu dedicata ai martiri Stefano e Lorenzo. Al di sopra delle lesene, le statue dei due Santi e del Redentore,coronano l'arcone, la cui ornamentazione è attribuita a Gregorio Panteo. Il prospetto architettonico ad affresco, che emula il consueto arco di trionfo, contiene nelle nicchie Apostoli e Santi, e sui cornicioni putti musicanti e danzanti con festoni, elementi cari all'ambiente umanistico padovano. In alto, attorno alla statua del Risorto, il pittore immagina la scena del sepolcro con le guardie addormentate: si noti la gamba pendente dal cornicione del soldato di sinistra, particolare che evidenzia la capacità prospettica dell'anonimo pittore. Passata in proprietà alla famiglia Nichesola, la cappella venne rifatta entro il 1532 e dedicata all'Assunta. Eliminata la curvatura dell'abside, lo spazio fu organizzato su pianta rettangolare. Alla parete di fondo si addossò il nuovo e misurato altare policromo, opera di Jacopo Tatti detto il Sansovino (14861570) con la celebre pala dell'Assunta di Tiziano Vecellio (1487-1576). In un primo piano di concitata azione, gli apostoli si accalcano attorno al sepolcro per cercare la Vergine. Volti in direzioni diverse, esibiscono abiti dai colori clamorosi: uno di loro tiene nella mano la cintura lasciata come ricordo dalla Madre del Signore, allusione esplicita alla intensa devozione alla Madonna della cintura diffusa nel '500. Maria, sollevata sulle nubi, sale in un cielo che si accende gradualmente di luce, e rivolge il suo sguardo all'apostolo inginocchiato a destra. Il temperamento solenne e drammatico della scena si scioglie nella felice e scintillante sinfonia del colore.

Visita 15

Ancora del Sansovino è il sepolcro di Galesio Nichesola,a sinistra della cappella dell'Assunta. Il vescovo è ritratto, in abiti pontificali, come addormentato sull'urna rivestita di marmi preziosi. Due piccoli angeli reggono le insegne, mentre dalla serliana soprastante vegliano sul suo riposo la Madonna col Bambino tra i SS. Giovanni Battista e Sebastiano.La visione spaziale classica, connaturale all'artista, limita al minimo il movimento; e il sentimento drammatico della sua scultura è espresso dalla tensione luministica dei piani e dal disegno delle figure. Un affresco del XVI secolo, con l'Arca nel tempio di Dagon e l'Idolo dei filistei, di pittore sconosciuto, si trova sulla controfacciata.

Visita 16

Area presbiterale - 1988 Ed eccoci ancora in prossimità della porta maggiore per risalire alla nuova area presbiteriale, accompagnati da espressioni del Nuovo Testamento incise sul pavimento, che invitano all'esercizio delle virtù per conseguire la vita eterna. Notare sul terzo pilastro a destra il monumentale pulpito in legno intagliato del XVIII secolo e su quello a sinistra la capsa per la custodia dei libri dell'Antico e Nuovo Testamento. L'area presbiteriale fu inaugurata da Giovanni Paolo II il 16 aprile 1988, e consacrata dal vescovo Giuseppe Amari, il 13 settembre dello stesso anno. La sistemazione moderna dello spazio liturgico, progettata dagli architetti Giancarlo Pellegrini-Cipolla e Oreste Valdinoci, riusa l'ambone del XIII secolo con Annunciazione e, come base della mensa d'altare, un'arca trecentesca con il simbolo dell'Agnello. La cattedra episcopale e i sedili dei canonici sono realizzati in marmo rosso e bronzo.

Visita 17

Per la porta sottostante l'organo di sinistra, ci si riaffaccia all'atrio di S. Maria Matricolare e si accede al Battistero della Cattedrale. Chiamata S. Giovanni in Fonte, la chiesa, con facciata e absidi interamente in tufo e i fianchi caratterizzati dall'uso di tufo e cotto, fu ricostruita in forme romaniche intorno al 1123, dal vescovo Bernardo per custodire il fonte. L'interno, sostanzialmente restaurato nell'anno giubilare grazie al contributo della Fondazione Cariverona, presenta uno sviluppo basilicale diviso in tre navi da due file di pilastri alternate irregolarmente a colonne e concluso dall'ampio giro delle absidi. Alcuni elementi scultorei dell'attuale edificio provengono da precedenti costruzioni. Al centro della chiesa è collocata la vasca battesimale.Nella prima metà del XII secolo lo scultore ricava da un unico blocco di marmo il fonte ottagonale, sul quale scolpisce scene dei Vangeli dell'Infanzia: l'Annunciazione, la Visitazione e la Natività, l'Annuncio ai pastori, l'Adorazione dei Magi, Erode comanda la strage degli innocenti, la Strage, la Fuga e il Ritorno dall'Egitto,il Battesimo di Cristo. L'ispirazione religiosa, l'intento didascalico e la perizia esecutiva dell'artista si compongono armonicamente, in un'opera di grande valore.

Visita 18

Visita 19

Degni di menzione sono, nella navata sinistra, la Deposizione della seconda metà del '400 e gli affreschi del XIII-XIV secolo dell'abside. La decorazione dell'abside destra risale invece agli inizi del XV secolo. Recentemente, e per felice decisione sono state ricollocate sopra l'altare la grande Croce stazionale attribuita a Giovanni Battesimo di Gesù - Paolo Farinati Badile (prima metà del XV secolo) e, nella navata destra, l'urna dell'eremita S. Enrico. Al centro della parete in fondo alla Chiesa è collocata una tela del Battesimo di Gesù di Paolo Farinati del 1568. Nella navata destra si può ammirare il quadro di una Madonna con il Bambino i Santi Dionigi e Stefano di Giovanni Caroto del 1514. Nella navata sinistra trova collocazione un affresco, staccato, proveniente dalla Cattedrale (XV sec).

Visita 20

Affresco di S. Zeno - Chiesa di S. Elena La chiesa di S. Elena fu costruita dall'arcidiacono Pacifico all'inizio del IX secolo e consacrata nell'anno 813 da Massenzio, Patriarca di Aquileia, fu dedicata ai SS. Giorgio e Zeno. La lapide murata sulla parete destra ricorda che fu di nuovo consacrata nel 1140 da un altro triarca di Aquileia, Pellegrino. Gli atti di consacrazione attestano l'autonomia del Capitolo della Cattedrale dalla autorità del vescovo veronese e la sua sottomissione al Patriarcato aquileiese fino al 1756. La chiesa presenta un aspetto romanico, a navata unica e soffittatura lignea. La cappella maggiore a pianta quadrata, ornata da un monumentale arcone di accesso, fu edificata intorno al 1573 da Bernardino Brugnoli, del quale è pure l'altare ligneo che ospita la pala di Felice Brusasorci della Madonna in trono con Bambino e i SS. Stefano, Zeno, Giorgio ed Elena (1573-1579).

Visita 21

Addossato alle pareti, è l'interessante coro intagliato del XV secolo, di incerta provenienza. Sulla parete di destra notare la cappella della Santa Croce, con arco cinquecentesco, l'altare del XVIII secolo e la pala di Pietro Antonio Rotari con la Madonna e Bambino tra i SS. Elena, Caterina e Giovanni Nepomuceno (1735). A fianco dell'altare è sistemato il trittico in pietra della Madonna con Bambino in trono, tra i SS. Giovanni Battista e Giovanni Evangelista, attribuito a Giovanni di Rigino (XIII sec.). Sulla parete opposta è la cappella di S. Nicolò; l'altare scolpito da Giuseppe Antonio Schiavi nel 1737-1738 ospita la coeva pala di Giovanni P. Salvaterra raffigurante il Redentore con i SS. Francesco di Sales e Filippo Neri. Sulla facciata esterna è posta la lapide con il ricordo della "Questio de aqua et terra", qui pronunciata il 7 gennaio del 1320 da Dante Alighieri ai canonici e a gli uomini di cultura di Verona.

Visita 22

chiostro

Il chiostro fu costruito in età carolingia (IX secolo), a seguito della rifondazione da parte di Ratoldo e Pacifico della Schola Sacerdotum, per raccordare le abitazioni dei canonici e gli ambienti indispensabili alla vita dell'importante istituzione, come la biblioteca e l'archivio; fu riedificato in forme romaniche dopo il 1117. Disposto originariamente su tre lati, mancava di quello sud (metà del secolo XVI). Il chiostro presenta sequenze di archi a tutto sesto, con doppia ghiera, sostenuti da colonnine binate; sul lato est gli archi si ripetono anche in un secondo registro. Sopra il lato ovest si sviluppa la Biblioteca Capitolare . Il restauro degli edifici adiacenti il chiostro ha permesso di ingrandire e meglio articolare il Museo Canonicale, al quale si accede dal lato nord.

Visita 23

Campanile

La primitiva torre campanaria della Cattedrale di Verona venne eretta nei secoli XII e XIII, in epoca romanica. Non sappiamo con esattezza quali fossero le caratteristiche di questa torre e nemmeno il perché non si sia conservata nei secoli come altre torri sorte nella stessa epoca. La costruzione era comunque eccezionalmente solida, e quando nel secolo XVI venne iniziato il campanile attuale si decise di sfruttare il possente basamento dell’antica torre. Intorno al 1550 il Vescovo di Verona Luigi Lippomani commissionò al celebre architetto rinascimentale Michele Sanmicheli il progetto per una nuova torre campanaria, che doveva innalzarsi sulla base di quella più antica, ma varie vicende di carattere tecnico ed economico causarono la forzata conclusione dei lavori quando l’altezza raggiunta era pari circa a quella della chiesa. Nel 1913, su iniziativa del Vescovo di Verona Cardinale Bartolomeo Bacilieri, venne bandito un concorso per il completamento del campanile: ne risultò vincitore l’architetto veronese Ettore Fagiuoli. I lavori furono forzatamente sospesi tra il 1915 ed il 1920 a causa della Prima Guerra Mondiale, e la conseguente mancanza di finanziamenti non permise la costruzione della cuspide; pertanto il campanile, una volta completata la cella campanaria ottagonale, venne definitivamente concluso allo stato attuale nel 1925. Il campanile della Cattedrale raggiunge l’altezza di 75,08 metri, e con il lato di base di 11,20 metri si staglia tra ogni altra torre veronese per l’imponenza della struttura muraria. Solamente la Torre dei Lamberti (la torre civica, situata nella piazza delle Erbe), pur avendo una struttura più snella, raggiunge un’altezza di poco superiore. L’eventuale realizzazione della cuspide, per la quale esistevano diverse soluzioni, avrebbe aumentato l’altezza del campanile della Cattedrale di altri 15 metri circa. Sul campanile è installato un complesso di dieci campane, accordate secondo la scala diatonica maggiore di LA2 calante, fuse nel 1931 dalla famosa fonderia Cavadini di Verona e tuttora suonate a corda. La campana maggiore, rinnovata nel 2003, pesa kg 4566 ed è la più grande di tutto il Veneto. La decima campana, la più piccola del complesso, è stata aggiunta nel 2014.

Visita Bibliografia

Bibliografia essenziale
  • 1909 - SIMEONI L., Verona. Guida storico-artistica della città e provincia,Verona
  • 1939 - ARSLAN W., L'architettura romanica veronese,Verona
  • 1943 - ARSLAN W., La pittura e la scultura veronese dal secolo VIII al secolo XIII, Milano
  • 1956 - SALVINI R., Wiligelmo e le origini della scultura romanica, Milano
  • 1962 - MAGAGNATO L., Arte e civiltà nel Medioevo veronese, Torino
  • 1964 - ROMANINI A.M., L'arte romanica, in Verona e il suo territorio, II, Verona
  • 1980 - FLORES D'ARCAIS F., Per una lettura della scultura chiesastica a Verona tra Medioevo ed età moderna, in Chiese e Monasteri a Verona, a cura di Borelli G., Verona
  • 1980 - PIGHI G., Cenni storici sulla Chiesa veronese, I-II, Verona
  • 1981 - FLORES D'ARCAIS F., Per una lettura dell'architettura chiesastica nel territorio veronese tra alto e basso medioevo, in Chiese e monasteri del territorio veronese, a cura di Borelli G., Verona
  • 1985 -Nicholaus e l'arte del suo tempo, Atti del Convegno (Ferrara 21-24 settembre 1981), a cura di Romanini A.M., Ferrara
  • 1987 -La Cattedrale di Verona nelle sue vicende edilizie dal secolo IV al secolo XVI, a cura di Brugnoli P.P., Verona
  • 1991 - GUZZO E.M., Il campanile della Cattedrale di Verona,Verona
  • 1993 - GUZZO E.M., La Cattedrale di Verona, Verona
  • 1996 - SPAGNOLO A., I Manoscritti della Biblioteca Capitolare di Verona, Catalogo descrittivo, Verona
  • 1998- MILLER C.M., Chiesa e società in Verona medioevale, a cura di Golinelli P., Verona
  • 1999 - AGOSTINI M., Sum Pelegrinus ego qui talia sic bene sculpo. Il magister Pelegrinus e la Cattedrale di Verona, Tesi di Laurea, Università di Padova
  • 1999 - CERVATO D., Diocesi di Verona, Padova
  • 2003 - AGOSTINI M., Cattedrale di Verona, storia e guida: Sum Pelegrinus ego, Verona

Pellegrinaggio Mariano

Venite, saliamo sul monte del Signore” (Is 2,3). Sono le parole profetiche di Isaia, che immagina, nella cornice di ritorno dei popoli, un pellegrinaggio ideale ed unificante verso il monte del tempio del Signore. Il profeta rivolge un invito pressante a muoversi, a camminare verso il Signore, meta di pace. È in questo stile che noi vogliamo invitare tutti in Cattedrale, accompagnati da Lei, la cara Madonna del Popolo. L’incontro con le 40 icone di Maria incastonate nella nostra Cattedrale sarà come sfogliare l’album di famiglia ricco di tante immagini capaci di risvegliare i nostri ricordi: un’immagine richiama l’altra e aiuta a ripercorrere la strada dell’amore del Padre, che ci fu elargito una volta per sempre e di cui anche noi, a distanza di secoli, siamo destinatari.

Santa Maria, Vergine della sera, Madre dell’ora in cui si fa ritorno a casa, … facci il regalo della comunione, e la pace diventi traguardo dei nostri impegni quotidiani.

Pellegrinaggio Mariano

Il santuario verso cui il credente si dirige deve diventare per eccellenza la tenda dell’incontro, come la Bibbia chiama il tabernacolo dell’Alleanza. Là, infatti, avviene un incontro fondamentale che rivela varie dimensioni e volti molteplici. Anche noi intendiamo il nostro pellegrinaggio in Cattedrale come “l’arrivo alla tenda dell’incontro”. È tenda dell’incontro con la Parola di Dio. L’esperienza fondamentale del pellegrino deve essere quella dell’ascolto, perché “da Gerusalemme uscirà la Parola del Signore”. È tenda dell’incontro personale con Dio e con se stessi. Disperso nella molteplicità degli affanni e della realtà quotidiana, l’uomo ha bisogno di riscoprire se stesso attraverso la riflessione, la meditazione, la preghiera, l’esame di coscienza, il silenzio. È tenda dell’incontro nella Riconciliazione. Nella Riconciliazione, infatti, la coscienza del pellegrino è scossa; là egli confessa i suoi peccati, là è perdonato e perdona, là diventa creatura nuova attraverso il sacramento della Riconciliazione, là sperimenta la grazia e la misericordia divina. È tenda dell’incontro eucaristico con Cristo. Se la Bibbia è per eccellenza il libro del pellegrino, l’Eucarestia ne è il pane, che lo sostenta nel cammino, come fu per Elia in ascesa all’Oreb. La riconciliazione con Dio e con i fratelli ha come sbocco la celebrazione eucaristica, che fa dei tanti un Corpo solo, il Corpo di Cristo. È tenda dell’incontro con la Chiesa, assemblea di coloro che sono convocati dalla Parola di Dio per formare il popolo di Dio. Nutrendosi del Corpo di Cristo, formano essi stessi il Corpo di Cristo.

Pellegrinaggio Mariano

Statua Moadonna
Il pellegrinaggio alla Cattedrale

La scelta del duomo, Cattedrale, per il pellegrinaggio mariano, è scontata. Il duomo è come un gioiello incastonato nel mare delle case di Verona, delle sue attività, della sua fatica quotidiana. Il duomo (lat. domus=casa) o cattedrale (sede della cattedra del Vescovo) è dedicato a Maria Assunta, con una devozione particolare alla Madonna del Popolo, che ha la sua festa l’8 settembre. Ci accostiamo al duomo come manufatto di pietra che diventa mistero vivente alimentato dalle onde della fede, come intreccio stupendo di misteri: mistero dell’uomo, mistero della Chiesa locale, mistero di Dio; come icona del Dio invisibile, simbolo della Gerusalemme celeste, di cui Maria è immagine ed anticipo. Il duomo può essere anche considerato come il tempio che i Veronesi hanno dedicato alla vita ed alla gloria di Maria, cui essi si rivolgono come a persona cara, più che ad immagine religiosa. Le effigi mariane nella cattedrale sono ora quaranta, grazie a quelle messe in luce durante gli ultimi lavori di restauro. Quaranta, numero biblico molto significativo, come quaranta sono i giorni in cui Gesù apparve a Maria e ai discepoli prima dell’Ascensione al cielo. La Vergine Assunta ci accompagni nel nostro cammino.