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Biblioteca Capitolare
Verso l'inizio del
1200 lo Scriptoriun assume la fisionomia di vera e propria biblioteca,
cioè ambiente di studio, consultazione e
conservazione. I
motivi di questa
trasformazione sono diversi. La Biblioteca forse possedeva ormai un
tale numero di volumi riguardanti le varie branche dello scibile umano,
da non avere più la necessità di produrne di
nuovi. Anzi
si suppone ne imprestasse alle antiche pievi, che dovevano fornirsi di
sussidi culturali per la formazione del Clero. Ne è
testimonianza l'accenno scritto sulla copertina destra del Codice
LXIII, dove sono nominate le pievi di Caprino, di S. Giorgio (di
Valpolicella?), di Calavena che furono rifornite di altrettanti
manoscritti.
La Biblioteca
Capitolare era senz'altro luogo di cultura. È significativo
il
fatto che Dante Alighieri, nel 1320, sia stato invitato dal Capitolo
della Cattedrale e quindi dalla Biblioteca Capitolare a tenere una
conferenza nella chiesetta canonicale di S. Elena.
Nel 1345 un altro
grande
letterato, Francesco Petrarca, venne invitato da un suo amico veronese,
Guglielmo da Pastrengo, a consultare i libri della Capitolare. Vi
trovò un codice per lui sconosciuto fino ad allora: le
lettere
di Cicerone ad Attico, Quinto e a Bruto.
Con l'invenzione della stampa, verso il 1450, entrano nella
Capitolare i primi libri a stampa (gli incunaboli, cioé i
volumi stampati dal 1450 al 1500). Il canonico bibliotecario mons. G.
Paolo Dionisi, laureato in diritto Canonico e Civile, nel 1501
donò alla Capitolare un consistente numero di manoscritti e
incunaboli, prevalentemente di ordine giuridico.
La sede della Biblioteca, in quegli anni, si trovava in un
locale al pianterreno del lato orientale del chiostro Capitolare. Nel
1625 si pensò di usare questi locali per la nuova aula delle
riunioni dei Canonici e si prospettò di sistemare il
materiale librario in un ambiente nuovo, da edificare sopra la
Sacrestia Canonicale. In attesa della nuova costruzione, il
Bibliotecario Agostino Rezzani ripose codici e libri a stampa dentro le
cimase degli armadi della stanza vicina e redasse un catalogo dei
manoscritti, ma poco tempo dopo morì, colpito dalla peste
del 1630, che aveva falcidiato due terzi dei veronesi. Egli
portò con sè nella tomba il segreto del
nascondiglio. Solo nel 17121a meticolosa ricerca di Scipione Maffei e
del canonico Carlo Carinelli riportò alla luce quei cimeli.
La notizia del ritrovamento suscitò sorpresa ed entusiasmo
nel mondo dei letterati, che bussavano con frequenza alla porta della
Capitolare per le consultazioni. Per questo nel 1725 il Capitolo decise
di costruire sul lato occidentale del chiostro la nuova sede della
Biblioteca Capitolare, che poi nel 1781 fu ampliata con la munificenza
del vescovo Giovanni Morosini, il quale sostenne metà della
spesa necessaria.
Intanto il patrimonio librario aumentava sempre
più per le numerose donazioni da parte di famiglie veronesi
e di celebri personalità, come Maffei, Bianchini, Muselli,
Dionisi. Ma così grande ricchezza suscitò la
cupidigia di Napoleone Bonaparte che asportò trent'un codici
e venti incunaboli per rifornire la Biblioteca Nazionale di Parigi.
Solo due terzi ritornarono, nel 1816, dopo la caduta dell'imperatore.
Durante il XIX secolo si svolse alla Capitolare una
intensa attività filologica, soprattutto da parte di
studiosi tedeschi, i quali riportarono alla luce i famosi palinsesti,
libri pergamenacei scritti quasi tutti durante il secolo V, poi
raschiati nel secolo VIII per recuperare la pergamena, che
successivamente fu usata per scrivere un altro testo. I fogli di questi
codici, trattati con reagenti chimici, nel sec. XIX, consentirono la
lettura del primitivo testo abraso.
La Biblioteca attraversò anche momenti tristi:
l'inondazione dell' Adige, nel 1882, inbrattò di fango le
undicimila pergamene dell' Archivio Capitolare e il 4 gennaio 1945,
durante l'ultimo periodo della guerra, le bombe sconquassarono l'aula
maggiore, radendola al suolo. Fortunatamente mons. Giuseppe Turrini,
l'allora Bibliotecario, che fin dal 1922 aveva lavorato a ripulire e
catalogare le pergamene infangate dall' alluvione, aveva provveduto a
mettere in salvo dalle incursioni aeree i manoscritti e gli incunaboli,
cioé il settore più prezioso del patrimonio
librario della Biblioteca Capitolare. Gli altri volumi, sepolti dalle
macerie, furono poi recuperati nella maggior parte.
Nell'immediato dopoguerra la Biblioteca fu ricostruita e
ampliata per consentire la sistemazione di altre donazioni di libri: la
biblioteca di mons. Giuseppe Zamboni (con i manoscritti e la
corrispondenza del filosofo veronese), del conte Francesco Pellegrini
(interessante per la storia della medicina), del prof. Luigi Simeoni
(per la storia medioevale) e di casa Giuliari (con gli esemplari della
famosa stamperia).
Recentemente,
il 16 aprile 1988, papa Giovanni Paolo II, nella Sala Grande della
Capitolare, ricevette l'omaggio di tutti i rappresentanti delle
istituzioni culturali di Verona e rivolse loro un importante discorso.
L'indicazione
di alcune cifre, contribuirà a dare la dimensione
dell'importanza della Capitolare: 1200 manoscritti, 245 incunaboli,
2500 cinquecentine, 2800 seicentine ed oltre 70.000 volumi ai quali
vanno aggiunti, come continuo e necessario aggiornamento,
enciclopedie, dizionari, pubblicazioni specialistiche e riviste.
È in funzione all'interno della Biblioteca un laboratorio
per il
restauro degli antichi codici.
Negli ultimi
anni
l'attività della Biblioteca si è indirizzata a
un'opera
di collaborazione con gli altri istituti culturali della
città
ed a sempre più frequenti e qualificanti contatti con quelli
stranieri, anche d'oltre oceano. Inoltre ha iniziato una politica di
diffusione della conoscenza dell'inestimabile patrimonio racchiuso fra
le sue mura e ancora oggi in parte inesplorato e ricco di
promesse.
E-mail: bibliotecacapitolare@virgilio.it
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